lei, lui, l’aria

Lei non ama le feste; non le ha mai amate davvero.

Troppi ricordi agrodolci nel suo fardello di buone intenzioni con date di scadenza regolarmente disattese.

Quest’anno, poi, le ama ancora meno.

Lui vive da un’altra parte, con altre persone intorno.

Probabilmente finge un interesse che non ha. Recita un sentimento che non prova.

Si arrampica sugli specchi – a lei pare – in una specie di gioco funambolico che farebbe ridere, se non fosse intrinsecamente crudele; e lei non ha più voglia di scherzare. Soprattutto sulla pelle della gente. Soprattutto sulla sua.

Ha abbozzato, ha finto di credere alle parole bugiarde, disponendosi, stavolta, ad un ascolto di tipo limitato.

Parli pure, dica e racconti; annuirà, tanto al telefono le espressioni non sono rilevabili.

Le sovviene che l’indomani è la befana (sì, dice a suo padre col pensiero, deriva da epifaino, anche se il greco lo ricorda poco).

Tanti sei gennaio le sfilano davanti come soldatini di una collezione abbandonata all’abbraccio della polvere.

I primi, quelli di mezzo e gli altri, testimoni del Disincanto.

Si passa una mano su un ciuffo di capelli che non vuole saperne di stare al suo posto. Lo incastra fra l’orecchio sinistro e la stanghetta degli occhiali, porta il telefono sul lato destro della testa e annuisce, con un sorriso amaro, al suo uomo in fuga.

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link http://carbonaridellaparola.blogspot.it

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divagazioni

 

chanel

Stanotte, fra anti e vigilia, ho sentito improvvisamente un afflato di amore verso me stessa.

Da quanto non succedeva?

Soprattutto, era mai successo davvero?

Sono indubbiamente maestra nell’arte dell’introspezione. Passo al setaccio i comportamenti miei, in primis, e poi quelli della gente con la quale mi rapporto abitualmente, o di rado.

Ho sempre pensato che se non fossi stata così dura verso me stessa mi sarei potuta concedere dei piccoli regalini extra, visto che non posso che farmene da sola.

Ne pomeriggio, durante un allucinante giro in un centro commerciale (il 23 dicembre, vi rendete conto?), mi sono inchiodata davanti a una delle vetrine di un ormai arcinoto negozio monomarca spagnolo.

Belle borse sobrie, diverse da quelle ipercolorate che contraddistinguono il marchio, e poi tanti abitini eleganti e di buon gusto: quasi sicuramente un invito agli acquisti per il capodanno imminente.

Mi sono immaginata insaccata in uno di quei vestitini per bamboline, conscia di essere tendenzialmente portata ad affrontare le situazioni eleganti con tubini neri e spartani, allietati solo da un gioiello particolare, o da un dettaglio in tema.

Vestita con jeans scoloriti, maglioncino oversize, pashmina e cappottino smilzo, ho riconfermato l’opinione che ho del mio look.

Estremamente sobrio in circostanze più importanti; allegramente sciamannato quando me ne vado in giro per i fatti miei, o conto terzi.

Mai avuto pretese “brillerecce”.

Mi piaccio secca, concisa, senza fronzoli.

Un maschio mancato, forse.

Ecco, ho divagato, perdendomi nei sentieri impervi del mio pensare abituale.

In realtà, davanti a due tubini graziosi e molto femminili, ho provato a immaginare come sarebbe stato, se avessi avuto un uomo vero accanto a me.

Un uomo attento e innamorato, per capirci.

Un essere che, se ti fa dei complimenti, è perché ne è convinto sul serio, non avendo la necessità di esibirsi in numeri mirabolanti, o di recitare copioni degni di un attore consumato.

Non avendo avuto il dono di tanta grazia, ho sorvolato dicendomi che gli abitini bamboleggianti non mi donano affatto, essendo, io, un ibrido che sa coniugare perfettamente decisionismo spinto e femminilità, seppur sui generis.

Quindi ben venga il mio look un po’ trasandato, ma con stile.

Gli abiti possono fare i monaci, ma l’essenza è per pochi.

Criterio, questo, esclusivo e un po’ settario, mi rendo conto, ma non ho la minima intenzione di snaturarmi, ancora e ancora, a beneficio del questuante di turno.

D’altronde sono donna, e sto imparando a nuotare fra gli squali.

 

Coro dei ragazzi: va bene, ma a noi che importa?

Niente, ma non rompete. Almeno voi.

 

 

** la foto si riferisce alla vetrina di un negozio Chanel, a Parigi :D
Queen – Thank God It’s Christmas (Official Lyric Video)

imparare

Fotografie-bianco-e-nero-42

Mi capita spesso di riandare indietro nel tempo, alla ricerca di quei momenti, anche lunghi, che mi avevano fatto credere che la vita fosse sempre entusiasmante e meritevole di essere vissuta.

Abbagli, forse.

Ingenuità datata, contaminata appena dalle sberle che la vita suddetta distribuisce equamente, con esemplare generosità.

Potrà sembrare anche paradossale, ma cullarsi nell’atmosfera di certi periodi passati è rinfrancante: almeno fino a quando non diventa una sterile abitudine fine a se stessa.

Mio figlio, venticinque anni, ha deciso di continuare a studiare all’estero e di rimanerci per cercare e trovare lavoro.

Non è che per me sia stata una sorpresa; ho sempre intuito che avesse estremamente a cuore la sua indipendenza e, ad onor del vero, mi sono sempre adoperata affinchè non si sentisse mai prigioniero dell’ambiente protettivo in cui è cresciuto.

Rimanere saldamente ancorati alle proprie, deboli certezze è come fermarsi su un binario morto senza essersene accorti veramente.

Così oggi pago lo scotto di vederlo poco, ma di saperlo sereno e in pace con se stesso anche se ad oltre duemila chilometri di distanza da me.

Ho voluto questo per la sua indipendenza psicologica, emotiva, forse anche affettiva, seppur in un certo modo.

Gli errori personali sono ottimi maestri.

Se avessi provato a tarpargli le ali mi sarei sentita esattamente come quando, nel periodo pleistocenico, fu deciso che avrei studiato in collegio.

A undici, dodici anni di allora non avevi la consapevolezza di ciò che ti sarebbe potuto toccare in sorte.

Di quegli anni bui ricordo soprattutto i cortili interni con giganteschi alberi di magnolie, e il nostro ingenuo giocare a “campana” durante i pomeriggi tardo primaverili, pregustando la gioia delle vacanze imminenti.

Tempi lontani, cioè acqua passata da tanto.

Le esperienze insegnano: io ho imparato a imparare.

 

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger,  partecipanti  a “Verba Ludica”, link http://carbonaridellaparola.blogspot.it

comes a time

nebbia

E’ vero. Forse. E tante grazie a chi odiava i miei “forse”.

Possiamo ricostruire nella mente uno stato perfetto di grazia: basta poco.

Siamo infinitamente semplici, tanto quanto infinitamente complicati; un piccolo altoparlante sul letto habitat, accanto agli oggetti che accompagnano il passare-non passare del tempo-non tempo.

Un piccolo altoparlante comprato su un sito di saldi on line, un monitor, un additivo ad hoc.

Le linee telefoniche rigorosamente staccate.

Io, the beauty of broken, posso permettermi il lusso di fare capitomboli nel tempo, a ritroso.

Fino all’uomo in grigio-scuro-per-la-vita. Fino al nostro perché.

E ancora indietro, fino all’affine mancato per via del solito destino cinico e baro.

Io, quella che sta scrivendo adesso, rossa in volto e piena di dubbi.

Io, che sono nata vecchia senza essere cresciuta mai.

Parecchio complicata?

No davvero. Come tutti ho dei codici di decriptazione. Magari non è semplicissimo trovarli, ma non c’è bisogno di affanni. Perché so decriptarmi da sola. Perché non siamo eterni, vivaddio, e se rinasceremo non serberemo memoria di questi sembianti, né dei patemi offerti e ricevuti, né di chi ci ha affiancati durante il percorso né di chi ci ha tagliato la strada senza riguardi.

Torneremo mondi all’origine di tutto. Immemori.

Una sola istanza mentale mi perseguita, e recita: io non ho più nulla da offrire.

 

Tossì brevemente, salutò con un cenno del capo e si perse nella nebbia, stretta in un cappottino nero.

 

Coro dei ragazzi: abbiamo il compito di ricordarti che devi scrivere di familiarità e di persiane color verde acceso.

Yes. Yes. Yes.

Neil Young – Comes A Time

the fly

eye

Se potessimo avere una visione del futuro come un lampo, fermo in un solo fotogramma, potremmo capire. Immaginare. Provare a formulare un’ipotesi.

Il futuro è questa mosca che continua a svolazzarmi intorno senza che io riesca a farla uscire dalla finestra. La immagino allontanarsi nell’aria tiepida. Sparire nel blu scuro della sera autunnale. Volare, molesta e rumorosa,  fino alle persiane semiaperte della cucina di una donna che impasta zucchero e farina.

E’ giovane, piccola di seno, bionda e appena pallida. Mescola senza entusiasmo e parla al suo bambino, che le sorride e le porge una macchinina perchè vorrebbe giocare.

La mosca si ferma un attimo sul visetto del bimbo, che fa un’espressione buffa. Poi sfiora i capelli della donna pallida, e torna a perdersi nel buio della sera.

Segue in volo due amiche che ridono, camminando per strada. Mangiano focaccine alle olive parlando di Sartre: le loro voci pulite si perdono nell’aria. La mosca si muove spinta da istanze che trascendono la sua natura semplice.

Ci sfiora, ci passa accanto mentre viviamo le nostre storie di vite un po’ sperse. Se ha fortuna si allontana ancora, e continua a peregrinare senza sosta fino al termine della sua parabola, breve e veloce, di piccola, immemore creatura.

Se potessimo avere un fotogramma di futuro, solo un fotogramma, potremmo immaginare, ipotizzare, magari avere la certezza che non sarà stato tutto vano.

Hans Zimmer – Time

avanti

pall2

Il bisogno improvviso di forza si materializza in due gambe sode, muscolose, che piantano i piedi nell’asperità del terreno dissodato di fresco. Il vecchio, il nuovo e l’impossibile siedono accanto senza guardarsi, ma percependo le reciproche presenze. Le reciproche distanze.

Certi momenti, nella vita, non contemplano mani di aiuto: né Dio né gli altri. Che poi cosa possano essere gli altri non lo so. Il concetto è fumoso, amorfo, spesso privo di senso.

Io ho me stessa, e devo bastarmi.

Non è stata un’impresa sfidare il sole e il vento di un mezzogiorno, truccata come non mi trucco mai.

Comprare dei fiori e portarli al cimitero, non senza aver scherzato con un bel ragazzo dall’accento salentino: signora, i lilium li preferisce arancio o porpora? Sono chiusi, il colore non si vede nemmeno.

Porpora, e go ahead.

Una volta varcare quel cancello mi provocava profondi turbamenti; oggi, che con i morti sono tutt’uno, avanzo sicura, prendo l’innaffiatoio e mi predispongo all’equa distribuzione degli omaggi floreali.

In realtà sono al cimitero per conto altrui, quindi mi adeguo ad abitudini consolidate negli anni.

Ci fossi andata di mia sponte forse avrei portato caramelle colorate, e mi sarei seduta per terra con le gambe incrociate, incurante della gente e degli sguardi.

Un’educazione formale, cioè formalmente precisina, ti insegna a recitare bene, forse anche a relazionarti ammodo con gli altri, quelli fumosi di cui sopra.

Altrove sarei cresciuta brada e selvaggia. Ma sempre gentile e bendisposta, chè carogna non sono stata mai.

Finita l’equa distribuzione mi sono seduta su un rialzo di marmo e ho sentito: l’amore, la perdita, il dolore, la speranza.

La certezza, quella che non sai nemmeno da dove scaturisca ma è in te, e ti dà la forza di rialzarti nonostante il ginocchio disastrato di fresco, di passare a salutare la mamma di Carlo, che è sepolta nella sua Puglia, di lasciarle un fiore e un sorriso con gli occhi pieni di ricordi belli.

Tu, sola col tuo mondo che ti porti appresso, senza strattoni e giri obbligati.

Con tutto il tempo che vuoi, tanto a casa non ti aspetta nessuno.

I gatti sanno bastare a se tessi, sovrani indipendenti, e tuo figlio è andato a studiare, a vivere  in terra polacca.

E tu sei sola ma libera, cioè libera ma sola.

Girando per tombe ho incontrato due mamme unite dallo stesso dolore disumano: intente a lustrare lapidi di marmo bianco coperte di fiori di tutti i colori del mondo.

Saluti e parole in libertà, strazio in libertà, ma sempre con un sorriso a fior di labbra.

Sono uscita e mi sono rimessa in auto, sperando di trovare un supermercato aperto  perché anche lo stomaco ha le sue necessità, e io da un po’ di tempo dimentico di mangiare.

Niente, tutto desolatamente chiuso: menomale che in frigo ho dei fiocchi di latte, cioè quelli che fanno schifo più o meno a tutti.

I miei vorrebbero che passassi da loro ma non me la sento.

Voglio starmene con me stessa, e puntare i piedi con ostinazione nel terreno dissodato di fresco, chè la morte è un’ala in più, solo un’altra ala attaccata alle nostre.

 

Ragazzi, vivete a piene mani, polmoni, gambe e cuore. Con uno sguardo grato al cielo.

Coro dei ragazzi: ce la stiamo mettendo tutta, ma nel frattempo possiamo brindare con te?

Fabi Silvestri Gazzè – Life Is Sweet

dream on

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L’uomo è indiscutibilmente lui, ma ha qualche decina di anni in meno, e vive in una casa di studenti con vecchi studenti par suo.

E’ a letto, malato, ma l’umore pare non risentirne affatto. Circondato da portatili e cellulari, tesse trame che si fanno sempre più fitte e intricate, ma la cosa lo diverte molto.

Diverte molto meno la ragazza ex donna che ha deciso di andare a trovarlo perché vuole festeggiare il suo compleanno (suo di lui).

Ha comprato una collana di foggia femminile, ma è certa che sarà cosa gradita.

Si informa; più che altro chiede agli amici del tipo se la sua presenza possa esser bene accetta, poi decide e va.

Introdotta da un rosso lentigginoso in una stanza semibuia, illuminata solo dagli schermi dei portatili, si avvicina timida al letto che campeggia al centro della stanza.

L’uomo, giovane, la guarda un attimo e le dice di andare via con sprezzo, nonostante il pacchetto infiocchettato proteso verso di lui.

La donna, giovane, non fa una piega; rimette il regalo in borsa, compie mezzo giro su se stessa, quasi al rallentatore, e infila in silenzio la porta di ingresso/uscita, accompagnata dallo sguardo cupo del rosso.

Giù, per strada, una canea di donne festanti corre a celebrare l’uomo nel letto, malato ma perfettamente in grado di operare scelte: tu puoi, lei no.

Il senso di esclusione è una bestia cattiva.

Ci devi lottare contro, e opporvi le ragioni della mente e quelle del cuore.

Chi non ti vuole non ti cerca, anzi ti allontana, o ti manda via senza nemmeno l’ombra di un rimorso.

Perché, in fondo, è così che si deve fare.

Bianco o nero, brutti o belli, buoni o fetenti.

E’ il trionfo del manicheismo da bar, ma va per la maggiore e tutti si adeguano, supini.

L’ex ragazza, chè (poiché) nel frattempo ha ricominciato a rotolare negli anni secondo la giusta cronologia, apre la piccola scatola, ne estrae la collana e la distrugge lentamente, pezzo dopo pezzo; quasi con voluttà.

Stringe nella mano destra l’accrocco di carta, plastica e metallo; pochi passi e tutto finisce in un cestino al lato della strada che porta al parcheggio, ma il sogno finisce qui.

 

 

Al di là di ogni considerazione personale, di rappresentazioni oniriche o di realtà, è proprio dai frantumi, dai cocci rotti che l’Anima trae forza ed energia per riplasmarsi, per tornare a vivere.

  • Ragazzi, dite grazie ai periodi bui, ai traumi, alle ingiustizie.
  • Coro dei ragazzi: grazie, periodi bui, traumi, ingiustizie.

Aerosmith – Dream On