certe irragionevoli abitudini

i-disagi-vogliono-eliminare-le-tue-maschere bn

– Ho parlato per rabbia, ma non lo pensavo
Quante volte l’abbiamo detto?
Quante volte ce lo siamo sentiti dire?
Quasi come se la rabbia ci rendesse incapaci di comprendere quello che stiamo dicendo.
Amplifica e altera i pensieri, certo, ma non ne modifica il senso; per cui se sono arrabbiata e pronuncio determinate parole, ebbene quelle parole, anche se esagerate, saranno la brutta rappresentazione verbale di pensieri miei a proposito della persona con cui ho litigato.
E viceversa.

Sarebbe onesto riconoscerlo, dare un colpo alla coscienza e tirare fuori solo ciò di cui si è convinti.

Una piccola grande rivoluzione del consueto modo, per molti, di gestire i rapporti interpersonali.

E’ da tanto che io ci lavoro, e sebbene, a volte, mi sia mossa a passo di lumaca, non mi sono lasciata scoraggiare da me stessa, cioè da quella parte di me che mi ha sempre remato contro.

Alla fine l’ho messa alle corde.

Mi ha devastato lunghi periodi di vita: non posso permettere che anche il mio futuro sia segnato da quella brutta cosa che è l’autosabotaggio.

Vivere coerentemente con ciò che si è alleggerisce la vita, e fa niente se capiterà di incontrare persone che non riusciranno a capirci o che, semplicemente, non avranno alcun interesse a farlo.

Se riuscissimo, davvero, ad avere il cuore buono di un cane e l’intelligenza intuitiva di un gatto, connubio ideale, probabilmente ci ritroveremmo sempre meno a nasconderci dietro parole di convenienza, manierate e sostanzialmente bugiarde.

Basta scuse, please.

Se siamo esattamente come siamo è bene che gli altri lo sappiano, tanto si fa sempre in tempo a dire “arrivederci e grazie”.

 

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lei, lui, l’aria

Lei non ama le feste; non le ha mai amate davvero.

Troppi ricordi agrodolci nel suo fardello di buone intenzioni con date di scadenza regolarmente disattese.

Quest’anno, poi, le ama ancora meno.

Lui vive da un’altra parte, con altre persone intorno.

Probabilmente finge un interesse che non ha. Recita un sentimento che non prova.

Si arrampica sugli specchi – a lei pare – in una specie di gioco funambolico che farebbe ridere, se non fosse intrinsecamente crudele; e lei non ha più voglia di scherzare. Soprattutto sulla pelle della gente. Soprattutto sulla sua.

Ha abbozzato, ha finto di credere alle parole bugiarde, disponendosi, stavolta, ad un ascolto di tipo limitato.

Parli pure, dica e racconti; annuirà, tanto al telefono le espressioni non sono rilevabili.

Le sovviene che l’indomani è la befana (sì, dice a suo padre col pensiero, deriva da epifaino, anche se il greco lo ricorda poco).

Tanti sei gennaio le sfilano davanti come soldatini di una collezione abbandonata all’abbraccio della polvere.

I primi, quelli di mezzo e gli altri, testimoni del Disincanto.

Si passa una mano su un ciuffo di capelli che non vuole saperne di stare al suo posto. Lo incastra fra l’orecchio sinistro e la stanghetta degli occhiali, porta il telefono sul lato destro della testa e annuisce, con un sorriso amaro, al suo uomo in fuga.

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imparare

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Mi capita spesso di riandare indietro nel tempo, alla ricerca di quei momenti, anche lunghi, che mi avevano fatto credere che la vita fosse sempre entusiasmante e meritevole di essere vissuta.

Abbagli, forse.

Ingenuità datata, contaminata appena dalle sberle che la vita suddetta distribuisce equamente, con esemplare generosità.

Potrà sembrare anche paradossale, ma cullarsi nell’atmosfera di certi periodi passati è rinfrancante: almeno fino a quando non diventa una sterile abitudine fine a se stessa.

Mio figlio, venticinque anni, ha deciso di continuare a studiare all’estero e di rimanerci per cercare e trovare lavoro.

Non è che per me sia stata una sorpresa; ho sempre intuito che avesse estremamente a cuore la sua indipendenza e, ad onor del vero, mi sono sempre adoperata affinchè non si sentisse mai prigioniero dell’ambiente protettivo in cui è cresciuto.

Rimanere saldamente ancorati alle proprie, deboli certezze è come fermarsi su un binario morto senza essersene accorti veramente.

Così oggi pago lo scotto di vederlo poco, ma di saperlo sereno e in pace con se stesso anche se ad oltre duemila chilometri di distanza da me.

Ho voluto questo per la sua indipendenza psicologica, emotiva, forse anche affettiva, seppur in un certo modo.

Gli errori personali sono ottimi maestri.

Se avessi provato a tarpargli le ali mi sarei sentita esattamente come quando, nel periodo pleistocenico, fu deciso che avrei studiato in collegio.

A undici, dodici anni di allora non avevi la consapevolezza di ciò che ti sarebbe potuto toccare in sorte.

Di quegli anni bui ricordo soprattutto i cortili interni con giganteschi alberi di magnolie, e il nostro ingenuo giocare a “campana” durante i pomeriggi tardo primaverili, pregustando la gioia delle vacanze imminenti.

Tempi lontani, cioè acqua passata da tanto.

Le esperienze insegnano: io ho imparato a imparare.

 

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il gioco

ado

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caro amico mio, anche se amico mio non sei stato mai,
di te serbo ricordi abbastanza confusi, e quel che rimane ancora nitido, a dispetto degli anni, ha un brutto sapore.
I nostri babbini erano grandi amici, ma tra noi due non c’è mai stato verso, e non per colpa tua.
Ricordo una serata paleolitica alle giostre: la mia faccia da bambina insolente di fronte ai tuoi occhi bovini, che lasciavano intravedere strane voglie che mai, mai avrei accolto.
Caspita: avevo solo tredici anni, ma ne avessi avuti trenta la sostanza non sarebbe cambiata.
Mentre giocavi a fare il casanova, sfoggiando con maestria il tuo rituale obiettivamente muffo e un tanto ridicolo, io continuavo a fronteggiarti a testa alta, col berretto azzurro indossato alle ventitre.
Forse era carta da zucchero, forse blu cobalto.
Di certo io ero insolitamente querula, ripetendo fino al tuo sfinimento che ero piccola, e che certe cose erano molto lontane da ciò che, allora, potesse mai legarmi ad un ragazzo.
Educazione, vita in collegio (lo ammetto, spesso ho pensato che sarebbe stato meglio morire), regole ferree e ferrei princìpi.
Cosa ti aspettavi?
Ci siamo persi, come accade spesso, ma quando ci incrociamo hai sempre l’aria tronfia da duro che non deve chiedere mai, oltre che da inveterato piacione.
Ed io, fatalmente, divento stronza.

 Paolo Nutini – Rewind

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il colpo in canna

pistola

Si voltò piano, con il fascio di rose bianche tra le braccia, interrogando se stessa inutilmente: nessuna provvidenziale intuizione, nessuna rassicurante certezza.
Le sistemò in un vecchio vaso sbreccato, attenta a tirar su la carta crespa rosso fuoco.
Si allontanò di pochi passi, camminando all’indietro: il povero vaso era tornato a vivere gli antichi splendori, seppur per una breve stagione.
Spense il cellulare, staccò la cornetta del telefono fisso: non avrebbe sopportato parole intruse, sbriciolate come il pane dei piccioni.
Sprofondò nella sua poltrona preferita, ripassando a memoria gli insulti e le cattiverie a buon mercato.
Si rialzò dopo poco e aprì il frigo per bere un bicchier d’acqua, con gli occhi fissi sull’anta malmessa della dispensa.
– Devo ricordarmi di chiamare il falegname- finse di pensare, e spense la luce.

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muffa

muffaccia

Sul tavolo della cucina c’è qualcosa che puzza: forse il contenuto di un barattolo.
Apro: il sugo di pomodoro presenta una patina verdastra – gran brutto vedere – segno dell’ormai altarata omeostasi chimica.
“All’anima sua”, penso irritata.
Tempo due giorni, il mio sugo è andato a male.
A male come tutte le cose che si consumano in sordina.

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I beg your pardon

bestioles-canettes-1In ritardo, se colpevole o innocente non è dato sapere.
Sono in ritardo e mi affanno dentro, disposta ad arrampicarmi sui telai di scuse che intesso ogni giorno per proteggermi dagli Altri.
Cerco di stabilire quale possa essere la giusta distanza fra loro e me: quella che faccia sentire tutti al sicuro, in un piccolo posto fiabesco connotato da chiarezza, ordine, pulizia.
Se ci penso bene ho scavato fossati molto a lungo, e ho affilato lame come un arrotino folle, pur sapendo che non le avrei usate mai.
Decidere di fare un passo avanti, o due o tre, è già qualcosa, un inizio, una speranza.
Speranza è una parola con un significato che pesa come piombo.
Fatico a pronunciarla così come fatico a dire CocaCola senza inciampare nella mia piccola, sempiterna balbuzie mentale.
Non me lo spiego ma l’ho accettato e, magari, ordino altro.
Una birra, un succo di frutta con gin, una neve di latte corretta.

Peter Gabriel – Excuse me

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