la piccola storia dei pupazzi colorati


Non è una cosa seria. Drammatizziamo le nostre vite, dipingendo a fosche tinte le vicende che ci accadono, i dispiaceri più laceranti, le storie finite, l’addio di chi abbiamo amato. Ma non è una cosa seria, per parafrasare Pirandello. Non lo è. Siamo formiche, esseri infinitesimali. A pensarci bene, visti dall’alto, da un Dio ipotetico che regga, eventualmente, il fili delle nostre vite, e delle membra, non possiamo non sembrare fantoccetti di pezza, burattini senza senso. Cosa immaginate che sia, alla fine, la perdita di una persona amata, se continuiamo a muoverci in maniera piuttosto scomposta nel marasma multicolore dei corpi e dello scenario sempre diverso ma sempre uguale di una vita, di milioni di vite intrecciate, confuse, abbarbicate a ideali e princìpi che ora, adesso, hanno valore perché ti hanno insegnato che è così ma domani, i princìpi, si diluiranno come tempera nell’acqua di una ciotola sul banco di scuola di un bambino? E quel bambino sono io siete voi sono coloro che adesso non vivono più con noi, in questo tempo, e sono coloro che ancora galleggiano in altre acque e non sanno che saranno pupazzi colorati, fantocci convinti di essere uomini liberi.

le comete

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Lontano nel tempo, al tempo delle notti di ferragosto trascorse inchiodati al desco familiare fra zii simpaticamente brilli e zie (le consorti) acide come yogurt, noi, poco più che bimbi, attendevamo la fine di cena e pantomime.
Trascinavamo quindi le nostre piccole sedie sul terrazzino buio e da lì guardavamo il cielo pulito di agosto perdendoci in fantasie e affermazioni improvvise: di aver visto una stella cadere. Milioni di stelle.
Anni dopo, in verità non tanti, avrei incontrato te.
Capitato dalle mie parti all’improvviso come Jeff Bridges in un vecchio film. Sparito all’improvviso come la coda di una cometa.
Sei rimasto nascosto in una circonvoluzione del mio cervello per decenni, virus inattivato, ma i risvegli son spesso deludenti. Si cresce, e non si sa mai come. Da oggi di te mi resterà  ancora meno.
Il modo di muovere il collo, sempre lo stesso, e la risata allegra, contagiosa.
Il resto è diventato una coperta patchwork troppo striminzita per scaldarci entrambi, quando tornerà l’inverno.

Dire Straits – Telegraph Road

favole per adulti e bambini

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  • -Scusi, signore, può aiutarmi ad attraversare il fiume?
    – Piccola, è solo un rigagnolo d’acqua; non li vedi i sassi sul fondo?
    No, signore. Vedo acque profonde e tanti coccodrilli con la bocca spalancata.
    – Hai una bella fantasia, sai?
    – Lei vuole che i coccodrilli mi uccidano?
    – Non ci sono coccodrilli, l’acqua sarà alta al massimo una ventina di centimetri, è limpida e sul fondo si vedono tanti bei sassolini tondi e colorati.
    – Mi porterebbe sulle spalle? Peso poco.
    – Certo che potrei, ma vorrei tu capissi che vedi quello che non c’è.

 

La bambina, tirando su col naso, si voltò e riprese a camminare seguendo un’altra direzione.L’uomo la guardò allontanarsi, perplesso; scosse la testa e infilò un piede nell’acqua del rigagnolo; poi l’altro.

Quel che rimase di lui, dopo una manciata di minuti, rimase a galleggiare sotto il sole.

oltre il fiume

souls

Sono agnostica.
Non c’è termine più adatto a definire il mio atteggiamento indifferente/scettico di fronte a ciò che non riesco a “controllare”, o a toccare con mano.
Sono nata in una famiglia cattolica come la maggior parte di voi, e ai precetti cattolici sono stata iniziata: battesimo, prima comunione e cresima, matrimonio religioso (se lo aspettavano, mi sarebbe dispiaciuto deluderli).
Manca l’estrema unzione, ma credo ci sia tempo.
Nullità presso la sacra rota, giusto per “vuotare l’amaro calice fino in fondo.”
Nel frattempo, andando a ritroso, soggiorni prolungati presso una nonna amatissima che mi faceva pregare, rispondendo “amen” al suo latino inventato quasi di sana pianta, più cinque anni in un collegio che definire claustrofobico sarebbe un complimento.
Come volete che dovesse andare?
Sono cresciuta credendo di credere, osservante e rispettosa, seppur con un senso indefinito di malcontento ben nascosto da qualche parte.
Non sono esplosa all’improvviso; piuttosto ho iniziato a prendere le distanze un po’ per volta da un mondo  proposto senza che io ne fossi stata mai veramente interessata.
D’altronde come era possibile esserlo tra i 60 e i 70, in un ambiente chiuso e pago dei propri circoli e delle proprie finte certezze?
Ho sempre pensato che sarei dovuta morire io, invece dell’incolpevole Gianfranco, vissuto nemmeno due giorni.
Chissà che vita avrebbe avuto.
Chissà se sarebbe stato felice.
Invece lo riportarono a casa da Bari, Policlinico, chiuso in una cassettina di legno chiaro.
Io mi sarei affacciata qui quasi due anni dopo.
Già.
Ancora oggi, quando vengo precettata dall’anziano genitore per far visita ai trapassati, guardo quella piccola targa che porta nome e cognome, più la data di nascita e la data altra: così vicine.
Non so se per suggestione o altro, i miei sogni di bambina e, poi, di adolescente, sono stati accompagnati dalla presenza costante di un bimbo dai capelli lisci e scuri, un bimbo che non mi lasciava la mano nemmeno per un attimo.
Cessai definitivamente di sognarlo quando nacque mio figlio, quasi 24 anni fa.
A volte, scioccamente, gli chiedo di tornare a prendermi per mano perchè ho bisogno di lui e dei suoi occhi neri e attenti; e sì, vorrei abbracciarlo, perchè non ho potuto farlo mai, nemmeno nella dimensione parallela che nutriamo con l’inconscio.
Io non mi spiego tante cose e nemmeno voglio più spiegarmele: il mio fratellino morto per asfissìa in ospedale, la mia nascita rocambolesca in casa (ci mancò poco che lo raggiungessi) risolta grazie all’estrema perizia di mio padre, gli altri due bimbi alternati (mia madre aveva messo al mondo un maschio, una femmina, un maschio, una femmina).
L’idea della predestinazione è suggestiva ma mi fa paura perchè va a sfiorare un mondo che temo e al quale fatico a credere.
Quella del libero arbitrio suona così bene, ma ha delle falle.
Io guardo il cielo spesso, chiedendomi se oltre quelle nuvole possenti e veloci ci sia un’Entità, o semplicemente la rarefazione dell’atmosfera.
Vorrei avere le tasche piene di risposte, ma nelle tasche ci metto solo i pugni stretti e cammino per questa strada piena di ostacoli, trabocchetti e tradimenti tanto, vivaddio, prima o poi arriverò al capolinea.
Oggi vivo con me stessa; non posso dirmi felice ma sto imparando ad apprezzarmi quasi per quanto valgo.
Raramente mi rendo conto che sto parlando con Dio (io che ho sempre parlato da sola); poi mi fermo di botto e mi dico che, non si sa mai, le malattie neurodegenerative sono sempre più diffuse, e colpiscono sempre più precocemente.
Comunque sia, comunque vada, io sono agnostica, ma non mi dispiacerebbe, un giorno, ritrovare il piccolo Gianfranco e tutti coloro che ho e che mi hanno amata.

Una speranza costa poco, dopotutto.

C’est le vent, Betty – Gabriel Yared

 

summerbitch

sunny

Non ho fretta e, anche se ne avessi, non riuscirei a muovermi velocemente.
Non ora.
Mi muovo con lentezza perchè tutto, intorno, è troppo veloce; ed io vorrei solo fare le mie piccole cose in silenzio, senza pressioni, urla, luci accecanti.
Tuttavia ho esercitato un po’ di forza necessaria e ho eseguito il dovuto, riservandomi il supermercato che chiude alle 2 p.m. per non dover essere costretta a correre col fiato che si è fatto corto.
Oggi ho comprato quel che serviva, e quel che piace a mio figlio; il fatto che io mi nutra in maniera “alternativa” diventa uno stupido dettaglio: dopotutto se sono in piedi vuol dire che la macchina – corpo esegue ancora le sue funzioni.
Il carrello ed io, subito dopo, abbiamo attraversato la grande porta automatica di vetro, quella cosparsa di post – it sulle offerte della settimana.
Mi son trovata davanti il parcheggio totalmente vuoto, e un sole impietoso e cattivo.
Ho caricato il bagagliaio cercando di controllare il respiro, mi sono seduta al mio posto, ho agganciato la cintura e ho disegnato un ampio semicerchio in quello spazio ancora una volta tutto mio.
Poi casa.
Casa.

Baustelle – Monumentale   adorato, adorabile refrain

a ciascuno il suo

 

FotorCreated

Hai presente quella sensazione di precarietà che ti fa sentire sull’orlo di un precipizio, quell’angoscia sorda che ti stritola lo stomaco e sale verso la gola, impedendoti di respirare?
Noi puoi fare altro che annaspare, piegata su te stessa, con il corpo in difficoltà e la testa che non collabora.
Vorresti morire, se la morte fosse solo lo spegnimento temporaneo del sistema in stato di allerta.
Vorresti fare le cose più assurde e impossibili: tornare indietro, molto indietro nel tempo, magari nella pancia di tua madre per decidere una sorte diversa. Oppure davanti a quell’altare che ti vide convinta e pronta per una vita diversa.
Ma tu eri convinta ma non pronta, a certe cose forse non si è pronti mai.
Magari scegliere un momento “buono” fra la miriade di periodi pessimi che continuano a svolazzare sulle tue spalle come corvi, e tu sei assolutamente lucida e assolutamente disperata; assolutamente inane al cospetto della sensazione di disastro incombente.
Una sensazione che a tratti si fa certezza, e ti fa prendere in pochi secondi cento decisioni diverse che non porterebbero a niente, e tu lo sai.
Quindi guarda avanti, soldatino in divisa blu di poliestere.
Guarda il tuo futuro con la schiena contro la schiena del letto.
Dietro l’armadio c’è l’inferno.

fenomenologia dei social, che di sociale hanno ben poco

facebook-like

Sono in rete da un numero sufficiente di anni per potermi permettere il lusso di affermare che ho compreso perfettamente certe dinamiche di approccio che, molto spesso, sono e restano relegate ad una dimensione virtuale.
In principio erano i blog, nel periodo in cui raggiunsero il loro massimo splendore.
Blog “a tema”, oppure semplici, ma non meno interessanti pagine nelle quali l’autore esprimeva il suo pensiero, articolandolo, e i lettori rispondevano con cognizione di causa.
Pian piano, e si erà già nel duemila e qualcosa, iniziò a propagarsi, come una chiazza di petrolio sul mare, il social dei social: quello inventato dall’ingegno di un ragazzetto americano.
Pian piano la gigantesca piattaforma -tritacarne iniziò a ridurre la cosiddetta “blogosfera”, fino a desertificarla.
Resistettero solo pochi ardimentosi, oggi premiati dalla propria caparbietà e dal rifiuto di abdicare del tutto alla massificazione del pensiero umano: quello generalmente debole.
Fatte le dovute e sacrosante eccezioni.
La piattaforma di Zuckerberg dovrebbe essere cassa di risonananza per ben più nobili o utili pagine divulgative, o anche solo pubblicitarie nel senso non dispregiativo del termine.
Concretamente, e allo stato attuale delle cose, su cosa si fonda Facebook?
Sulla chiacchiera fine a se stessa, sul controllo delle mosse altrui (ebbene sì), sulla facile invettiva e, dulcis in fundo, sull’occuparsi dei fatti degli altri.
Approccio all’aggancio facile, il famigerato “like”, il mi piace che vuol dire tutto ma anche l’esatto contrario.
Una perdita di tempo, un timbro da apporre per dimostrare che si è presenti, nella macchina social tritacarne.
Perfino io, che non mi sottraggo alle mie stesse critiche, sono qui per il collegamento al mio blog, mai abbandonato del tutto; da alcuni mesi anche per aver avuto la fortuna (una fortuna che ha nome e cognome) di essere stata inclusa in un progetto di scrittura collettivo nel quale mi confronto con scrittori professionisti.
Una bella e piacevole opportunità.
Per il resto è la solita sequela di like anche se non ti leggo, e se ti leggo è perchè ho deciso di prendere posizione contro Tizio a favore di Caio, affinchè Sempronio faccia tesoro di ciò e si tolga dalle balle.
Alienazione allo stato puro.
Siccome spesso, ahimè, non sono riuscita a sottrarmi neanch’io alla logica perversa dello studio del “like” e della sua provenienza, sono addivenuta alla seguente conclusione: ci sono donne che attraggono quasi esclusivamente consensi maschili, e non perchè si presentano in vesti succinte. No. Queste donne sono toste, barricadere, chiamano “fratello” tutti e non si peritano di spedire moccoli a destra e a manca.
Al contario, gli uomini attorniati da donne fanno i seduttivi senza esserne consapevoli: addirittura denigrandosi secondo quel detto anglosassone che recita”phishing for compliments”.
Fondamentalmente buoni di cuore, fondamentalmente insicuri, attirano pie donne che, al grido “io ti salverò!” gli fanno quadrato attorno per proteggerlo dalle arpie disincantate e antipatiche che guardano col ghigno diffidente e lo sguardo traboccante ironia.
Queste sedicenti arpie, in genere donne deluse e mazziate più e più volte, hanno imparato a proteggersi dalla fragilità altrui perchè hanno ancora la loro, da fortificare.
In linea di massima queste signore sono seguite da altre signore che le capiscono e le commentano: acidità a parte.
Pochi uomini intorno, voci fuori del coro.
Un po’ settarie, magari, hanno chiuso la porta agli altri senza essersene rese conto.
Si fidano solo delle loro simili, certe di capirle e di essere capite.
Nessun “batti il cinque, fratello”, ma il rispetto dei sentimenti di coloro che ritengono simili.
A dirla tutta non sono molto amate: gli uomini, sostanzialmente creature strutturate semplicemente, preferiscono battere il cinque, andare in giro con amiche o trombotali a farsi una birra, rutto annesso.
Quel che accade dopo accade e basta: senza aspettative, patemi o delusioni paventate.
S e m p l i c e m e n t e.
E non è forse questa la strada più facile da percorrere?
Me lo chiedo ogni giorno, da anni, ma non ho risposte degne di esser definite tali.