
Non conosciamo tante cose. In questo senso siamo profondamente ignoranti, ma fingiamo il contrario per fare bella figura secondo un modo di pensare vecchio, muffo, incartapecorito.
Io non conoscevo Ezio Bosso, se non per averlo visto di striscio a Sanremo, qualche anno fa. E sono onesta: pensai fosse un giovane, talentuoso e sfortunato, offerto in pasto al solito pubblico onnivoro, statico, pagante.
Non avevo capito un cazzo.
Non ne sapevo niente.
Non conoscevo Ezio Bosso così come non conosco ancora tante cose.
A un’età, veneranda, che non dovrebbe concedermi giustificazioni.
Certo, la non informazione, così come la non conoscenza, non è un peccato mortale, ma una a caso paga ancora vecchissimi scotti, e così è anche se non vi pare.
La morte, lo stop, la cesura “qui in terra” mi impone, sempre, riflessioni profonde, al limite dell’autolesionismo.
Sono fatta in questo brutto modo, avrei voluto essermi sbagliata ma così non è stato.
Ci avevo visto giusto.
Certe cose le senti: corrono veloci fra nervi e pelle come piccole e continue scosse elettriche.
Così, costretta dalle circostanze, ti strappi di dosso anni di inconsapevolezza e guardi in faccia lo Sconosciuto.
Sei vergognosamente in ritardo e chiedi venia, ma non ce n’era bisogno perché “l’altro-da-te” è sempre buono e misericordioso.
Soprattutto adesso che corre, felice e senza impedimenti, lungo quei “pascoli del ciel” dove sarà possibile, un giorno, incontrare un uomo molto amato, un imprecisato numero di animali accucciati nel cuore, la vita lieve che ti sta aspettando.
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