lei, lui, l’aria

Lei non ama le feste; non le ha mai amate davvero.

Troppi ricordi agrodolci nel suo fardello di buone intenzioni con date di scadenza regolarmente disattese.

Quest’anno, poi, le ama ancora meno.

Lui vive da un’altra parte, con altre persone intorno.

Probabilmente finge un interesse che non ha. Recita un sentimento che non prova.

Si arrampica sugli specchi – a lei pare – in una specie di gioco funambolico che farebbe ridere, se non fosse intrinsecamente crudele; e lei non ha più voglia di scherzare. Soprattutto sulla pelle della gente. Soprattutto sulla sua.

Ha abbozzato, ha finto di credere alle parole bugiarde, disponendosi, stavolta, ad un ascolto di tipo limitato.

Parli pure, dica e racconti; annuirà, tanto al telefono le espressioni non sono rilevabili.

Le sovviene che l’indomani è la befana (sì, dice a suo padre col pensiero, deriva da epifaino, anche se il greco lo ricorda poco).

Tanti sei gennaio le sfilano davanti come soldatini di una collezione abbandonata all’abbraccio della polvere.

I primi, quelli di mezzo e gli altri, testimoni del Disincanto.

Si passa una mano su un ciuffo di capelli che non vuole saperne di stare al suo posto. Lo incastra fra l’orecchio sinistro e la stanghetta degli occhiali, porta il telefono sul lato destro della testa e annuisce, con un sorriso amaro, al suo uomo in fuga.

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link http://carbonaridellaparola.blogspot.it

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imparare

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Mi capita spesso di riandare indietro nel tempo, alla ricerca di quei momenti, anche lunghi, che mi avevano fatto credere che la vita fosse sempre entusiasmante e meritevole di essere vissuta.

Abbagli, forse.

Ingenuità datata, contaminata appena dalle sberle che la vita suddetta distribuisce equamente, con esemplare generosità.

Potrà sembrare anche paradossale, ma cullarsi nell’atmosfera di certi periodi passati è rinfrancante: almeno fino a quando non diventa una sterile abitudine fine a se stessa.

Mio figlio, venticinque anni, ha deciso di continuare a studiare all’estero e di rimanerci per cercare e trovare lavoro.

Non è che per me sia stata una sorpresa; ho sempre intuito che avesse estremamente a cuore la sua indipendenza e, ad onor del vero, mi sono sempre adoperata affinchè non si sentisse mai prigioniero dell’ambiente protettivo in cui è cresciuto.

Rimanere saldamente ancorati alle proprie, deboli certezze è come fermarsi su un binario morto senza essersene accorti veramente.

Così oggi pago lo scotto di vederlo poco, ma di saperlo sereno e in pace con se stesso anche se ad oltre duemila chilometri di distanza da me.

Ho voluto questo per la sua indipendenza psicologica, emotiva, forse anche affettiva, seppur in un certo modo.

Gli errori personali sono ottimi maestri.

Se avessi provato a tarpargli le ali mi sarei sentita esattamente come quando, nel periodo pleistocenico, fu deciso che avrei studiato in collegio.

A undici, dodici anni di allora non avevi la consapevolezza di ciò che ti sarebbe potuto toccare in sorte.

Di quegli anni bui ricordo soprattutto i cortili interni con giganteschi alberi di magnolie, e il nostro ingenuo giocare a “campana” durante i pomeriggi tardo primaverili, pregustando la gioia delle vacanze imminenti.

Tempi lontani, cioè acqua passata da tanto.

Le esperienze insegnano: io ho imparato a imparare.

 

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