arrivederci

pino spezzato
Ciao, te ne sei andato in silenzio dopo averci salutati uno per uno, con quel filo di voce che ti era rimasto. Poi il vuoto intervallato dal tuo respiro stentato, aiutato dall’ossigeno.
E nessuna paura, nessuna impressione: eri e sei il perno della mia vita, l’unico uomo che abbia mai amato, scomodo termine di paragone per chi, nonostante le migliori intenzioni, non è mai stato alla tua altezza morale, intellettuale, affettiva.
Eppure sei inspiegabilmente ancora qui, con me, nei rari momenti di quiete assoluta che mi salvano all’improvviso recidendo spine dolorose, viluppi inestricabili, voci che disturbano orecchie e anima.
Non è stato facile lasciarti andare via. Ognuno crede in un’eternità personalizzata: un compromesso spazio temporale nel quale sguazzare a proprio piacimento.
E invece “‘a livella” non consente disparità, trattamenti personalizzati, permessi speciali destinati a persone speciali.
Quando arriva il momento del commiato non c’è più tempo per elemosinare un passaggio di favore: si va via assecondando le condizioni di un corpo divenuto prigione. E non c’è preghiera, invocazione o speranza che possano riportare indietro le lancette dell’orologio che regola e governa le nostre vite terrene.
Così ho guardato i tuoi occhi verdi spegnersi senza espressione, mentre emettevi due respiri, solo due respiri silenziosi accompagnati da una smorfia come quella dei neonati che si stanno affacciando alla vita.
Tu stavi lasciando la tua, la bella, piena, lunga vita che avevi desiderato e ottenuto; la tua smorfia di bimbo mi ha fatto essere certa, seppur per poco, che stessi rinascendo altrove: probabilmente in una dimensione che noi vivi, brancolanti nel buio, conosceremo solo quando sarà arrivata l’ora del nostro arrivederci.
Ho dentro un dolore sordo: quello di chi si vede portar via il cardine della propria esistenza senza poter chiedere una proroga.
Così son volati i giorni della separazione, le lacrime ricacciate in gola perchè si deve sorridere a tutti coloro che vengono a rendere omaggio al medico umano che tanto fece per i suoi assistiti, ma non solo.
Poi, come sempre, cala il sipario sul dolore e sullo smarrimento, sui ricordi e sulla nostalgia che incomincia presto a lavorare come un becchino nel pieno esercizio delle sue funzioni.
Te ne sei andato venticinque giorni fa, senza essertene mai andato del tutto.
Vivrai sempre nelle nostre consuetudini, nei ricordi, nelle tradizioni che continueremo ad onorare per avere l’illusione (o la certezza?) che tu continui a vivere sempre “in questi paraggi”, come recitavi ogni mattina guardando il cielo.
Ci hai lasciati soli ma, paradossalmente, sei ancora più vicino a noi, alle nostre vite.
Adesso si è fatto tardi e l’aria della notte è diventata piacevolmente fresca.
Voglio credere che tu sia dall’altra parte della pineta, in attesa che qualcuno di noi ti raggiunga domattina presto, o che ti venga a stanare in questo istante.
Sayonara, papà.
Chi ha amato porta sempre qualcosa di più, nel cuore.

Ennio Morricone – Amapola

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