
Mia madre da giovane portava i capelli legati in una crocchia che qui chiamavano “tuppo”.
Mia madre mi diceva sempre di pulire negli angoli, perchè la pulizia vera non era spolverare il pavimento.
Mia madre teneva l’ansia compressa in un nucleo duro che le si era incastrato fra gola e petto.
Mia madre deglutiva e tutto le andava di traverso, forse perchè il nucleo duro deviava il percorso naturale delle cose.
Mia madre raccontava di aver percepito sua madre morta da poco, come un peso sul letto, accanto a lei, ma mentre giurava dubitava delle sue stesse parole.
Mia madre era nata in una placenta di apprensione che le era rimasta addosso ma curiosamente amava scherzare ed era buona e generosa come pochi.
Era anche fintamente sicura perchè forse aveva immaginato una vita diversa, e vite diverse a venire.
Mia madre sorrideva spesso e aveva il dono dell’accoglienza, e pochi spigoli che aveva imparato a smussare dissolvendoli nelle lacrime o celandoli bene in piccole ma innocue frasi insolenti.
Aveva il nome palindromo e anche il cuore, nell’accezione più nobile che si possa immaginare.
Mia madre sorride ancora nella sua foto sul marmo rosa, ma i suoi occhi vagano spersi.
Aveva il terrore di perdere se stessa e il destino si fece beffe di lei, come spesso accade.
Nemmeno nei suoi sogni più cupi avrebbe potuto immaginarlo.
Ho ancora dentro tante cose mai dette ma non posso sentire la sua voce da tre anni, e l’anima nella voce da molti di più.
La penso lontana perchè lo è dalle mie percezioni primitive, ma dicono, e a volte ci credo, che sia vicina più di sempre.
Non le assomiglio molto, ma resto tenacemente abbarbicata alle speranze andate via con lei.